Se la Spagna cerca un Monti

Il sistema politico spagnolo appare più solido di quello italiano: c’è un partito che governa con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, c’è un presidente del governo che può adottare misure anche molto impopolari, con la certezza che saranno rapidamente convertite in leggi. Eppure la situazione economica e sociale appare ingovernabile come e più che da noi. Un osservatore autorevole come l’ex premier socialista Felipe González, che pure si dichiara contrario ai governi tecnici, osserva: “Monti decide delle misure e poi va a Bruxelles a difenderle".
10 AGO 20
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Il sistema politico spagnolo appare più solido di quello italiano: c’è un partito che governa con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, c’è un presidente del governo che può adottare misure anche molto impopolari, con la certezza che saranno rapidamente convertite in leggi. Eppure la situazione economica e sociale appare ingovernabile come e più che da noi. Un osservatore autorevole come l’ex premier socialista Felipe González, che pure si dichiara contrario ai governi tecnici, osserva: “Monti decide delle misure e poi va a Bruxelles a difenderle. Qui abbiamo ascoltato il ministro dell’Economia dire: ‘Martedì vedremo cosa decide l’Eurogruppo e poi faremo sapere che misure di assestamento adottiamo’”. Non è in discussione l’interdipendenza ma il modo di realizzarla. González pensa alla costruzione di un “consenso nazionale” allo scopo di ridisegnare in modo unitario le relazioni di potere tra le comunità autonome (le regioni spagnole) e lo stato, che oggi sono invece assai tese.
La soluzione indicata può esprimere un interesse specifico del Psoe di tornare in qualche modo al potere dopo la pesante sconfitta elettorale, ma questo non cancella l’esistenza di colossali problemi istituzionali che si intrecciano, aggravandola, alla pesantissima crisi economica.
Per diventare nuovamente un interlocutore non subalterno del dialogo europeo e internazionale, la Spagna non può limitarsi a chiedere interventi salvifici della Bce. Le tensioni sociali e istituzionali che la attraversano, le agitazioni sindacali a ripetizione, il mezzo ammutinamento dei funzionari, la rivolta delle autonomie locali, sono conseguenze forse inevitabili delle dure misure adottate dal governo, ma il clima rovente alimentato anche dalle forze politiche di opposizione può essere raffreddato solo da una comune presa d’atto della gravità oggettiva della situazione e dei limiti di un’azione puramente nazionale per contenerne gli effetti drammatici. L’operazione di costruzione del consenso nazionale, sempre che il Partido popular ritenga di tentarla, presenta gravi difficoltà, perché i nazionalisti catalani e baschi sono moderati in politica economica, ma rivendicano vantaggi territoriali incompatibili con la tenuta dei conti, mentre i socialisti faticano a separarsi da un movimento sindacale impegnato nella difesa di miseri privilegi. Inserire una logica di interdipendenza in un contesto nazionale è difficile ovunque e lo è in particolare in Spagna, dove la questione nazionale (anche per contrasto ai nazionalismi delle minoranze linguistiche) resta controversa e suscita passioni vivaci. Non è detto che riescano a farlo insieme i grandi partiti nazionali, quasi impossibile che ci riescano l’uno contro l’altro.